sabato, 24 maggio 2008

Le sue ossa erano molto sottili, molto fragili, molto femminili, dopo tutto.

Eva ne era perfettamente al corrente e - due volte su cinque - le capitava di compiacersene, nuda e divertita davanti allo specchio della sua stanza.

Nelle restanti tre volte, invece, quella puerile constatazione anatomica quotidiana, diventava per lei solo un'ulteriore occasione per cimentarsi nell'arte dell’autocommiserazione e del pianto.

Quarantuno chili erano ancora tanti. Così tanti da farle provare quella vergogna e quel profondo senso di disagio che, nel mondo degli adulti, forse solo gli incontinenti conoscono davvero.

Nessuno l'avrebbe più accettata. Questo pensava.

A nessuno avrebbe più potuto dire con indifferenza "No. Io mangio di tutto. È metabolismo...".

E nessuno l'avrebbe più guardata con invidia, con rabbia o con intento predatorio.

Doveva rinunciare a qualcos’altro, diceva. Rinunciare alle gallette integrali, alle tisane, all’acqua, al sale, al sole, all’aria. Rinunciare a quella melensa voglia di vivere che le avrebbe regalato solo quintali di cellulite e infinite, obese solitudini.

Aveva letto per caso, in una rivista per giovani burine snob, che non avrebbero affatto funzionato, i lassativi. Che il peso che le avrebbero fatto perdere, sarebbe ritornato subito dopo. E per giunta con gli interessi.

Non passò molto tempo da quella lettura prima che Eva si ritrovasse ad aprire la scatola di Selg rubata allo stitico paparino, a discioglierne n° 6 bustine in mezzo litro d'acqua e ad ingurgitare il tutto, di nascosto, con disperata avidità.

Nei quattordici minuti seguenti, avvertì continue e violente scosse sismiche nella zona del piercing e raffiche gelide su tutte le vertebre.  Poi, d'improvviso, uno sparo.

Pesante. Sugli slip.

Lungo il corridoio di casa sua, Eva superò la barriera del suono.

Dopo un salto di qualche metro, atterrò chirurgicamente con le natiche ossute sull'ovale del canestro di porcellana e, amplificata dal riverbero tipico di ogni toilet, reinterpretò a memoria i dialoghi più salienti dell’intera filmografia dei fratelli Vanzina.

In una parola: cacò.

Con tutti i muscoli contratti, con tutti i nervi allo scoperto, con tutti i sentimenti. Cacò.

E in tutto quel cacare acquoso e verdastro, dall'ano fece un timido capolino qualcosa di inaspettato, qualcosa che ovviamente no, non poteva essere semplice merda.

Ci fu una spinta di una decina di atmosfere e subito dopo un’altra ancora più forte. E quella cosa man mano venne fuori, per intera, senza che lei se ne accorgesse.

Leggera come una piuma, si staccò dall’orifizio e iniziò a planare lenta e silenziosa verso il basso. Giù, a mollo. Laddove solo i più coraggiosi hanno la forza di guardare.

L’Anima.

Laggiù in fondo, subito censurata da strati e strati di carta igienica con i cuoricini stampati.

Era proprio la sua, di Anima.

Eva balzò in piedi, si scostò un ciuffo di capelli dagli occhi e tirò lo sciacquone.  

In modo freddo e meccanico, si mise a cavalcioni sul bidet.

 

Antefatto

Tutto ebbe inizio nel Novembre del lontano 1960.

In quel periodo John Fitzgerald Kennedy, dopo aver preso accordi con due lobby nascenti (quella nera e quella femminista) e una risorta dalle proprie ceneri (quella ebraica), vinse le elezioni e divenne Imperatore del Sistema Solare.

Per onorare il debito nei confronti delle tre lobby, principali artefici di quella vittoria, trovò sufficienti fondi per la creazione del CMS (Commitee for Mass Sensibilization), un comitato intergovernativo segreto - posto a capo di tutte le maggiori potenze mediatiche nazionali - con lo scopo di educare l’opinione pubblica su problemi di natura razziale.

Tale nobile scopo iniziale fu ben presto abbandonato e strumentalizzato dalle tre lobby, al fine di dare vita e consolidare dei veri e propri modelli di riferimento validi per l’intera l’umanità, in personaggi di colore, di religione ebraica e di sesso femminile.

Il tutto, puntando su una posizione di eterno vittimismo storico, di autocondanna ingiustificata allo status di “minoranza repressa”, di sciorinamento di naturali peculiarità positive del tutto inventate, di onnipresenza mediatica, e sull’uso abbondante - spesso decontestualizzato e gratuito - del termine “razzista”. Termine dall’accezione fortemente negativa (da notare l’assonanza con “nazista”), utilizzato dal comitato per screditare qualsiasi possibile avversario e per ritrovarsi, in ogni pubblico dibattimento, sempre dalla parte della ragione.

Ad ogni modo, lanciando il motto "It’s cool to be a minority", il CMS divenne prestissimo un'istituzione dalla forza politica, culturale, sociale ed economica devastante.

Talmente devastante che lo stesso JFK, rendendosi conto del potere che il comitato aveva ottenuto in pochi anni, avanzò l’ipotesi di sospenderlo temporaneamente o, addirittura, di eliminarlo per sempre.

Pochi giorni dopo aver partorito questa idea malsana, il cervello di Kennedy realizzò di essere stato terribilmente xenofobo e illiberale e, per la vergogna, decise di autodistruggersi esplodendo in una miriade di festosi coriandoli colorati.

Nell’esplosione, venne mortalmente coinvolto anche il fratello Bobby.

Senza curarsi troppo di tali eventi privi di valore storico, il CMS continuò la sua terribile avanzata, negli anni, marciando spedito in direzione della casa bianca.

Come prima mossa, la fece distruggere dagli alieni, in un film in cui un nero ed un ebreo salvano il mondo.

Come seconda mossa, pose in qualità di segretario di stato una babysitter di colore dai gusti fortemente conservatori.

Come terza mossa, ottenne la possibilità di far diventare Imperatore del Sistema Solare un proprio degno rappresentante.

Proprio in tal proposito, in seno al comitato nacque una difficile controversia. Ovviamente, dovuta al fatto che ognuna delle lobby costituenti il CMS, avesse tutti gli interessi nel presentare un proprio candidato.

Così, le tre lobby proposero tre diversi aspiranti.

Solo alla fine di lunghissimi e sudati patteggiamenti in piena campagna elettorale, la lobby nera e quella ebraica decisero di ritirare i propri candidati e lasciare il trono di comando all’unico candidato di sesso femminile.

Il prezzo da pagare per questo abbandono volontario fu il bombardamento mediatico di frasi di elogio dette da donne, solo ed esclusivamente all’indirizzo di uomini di colore ed ebrei. Per fare qualche esempio, frasi del tipo “I neri ce l’hanno grosso e lungo” e “La circoncisione è carina: ingentilisce il pene”.

Ben poca cosa, in fondo, rispetto al vero potere che la lobby femminista aveva ottenuto con l’elezione dell’Imperatrice. Ora possedeva tutta la forza necessaria per realizzare, finalmente, il suo piano secolare: trasformare tutti gli individui di sesso maschile in “amiche coccolose”.

Non ci volle molto, prima che il bombardamento sessista iniziasse e l’opinione pubblica maschile fosse costretta a subire, fino ad introiettarla e possederla come requisito necessario per la convivenza civile, quella spiccata e proverbiale sensibilità che caratterizza ogni donna. Quella naturale predisposizione a provare in modo accentuato - e a condividere - sentimenti, sensazioni ed emozioni. Quella stessa sensibilità che, per un incidente avvenuto qualche anno più tardi,  portò l’umanità verso la sua indegna fine.

 

Documento n#1: Intervista

- Buongiorno a voi in studio. Oggi, per la rubrica "Guerriglia e Società" intervisteremo Yitzhak, un giovane militare israeliano impegnato a sorvegliare un posto di blocco al confine con la striscia di Gaza...Ciao, Yitzhak.

- Ciao a tutti...Presto, mettetevi qui dietro, là è pericoloso. Anche il cameraman, forza.

- Sì, hai perfettamente ragione…Eccoci. Finalmente. Yitzhak, parlaci un po’ di te, della tua vita, dei tuoi sogni…

- Beh, questo è il mio M4. È un fucile d’assalto, variante del comune M16 americano. Bello, no? Ha un selettore di fuoco che nella versione iniziale aveva le opzioni sicura-colpo/singolo-raffica 3 colpi, ma dalla versione M4A1 e SOPMOD il gruppo scatto è stato rimpiazzato con quello dell'M16A1. Viene caricato con cartucce M855 da 5,56 x 45. I suoi caricatori sono da 20 o 30 colpi. È stato riscontrato un surriscaldamento della canna se l'arma viene usata a lungo in modalità raffica, con alcuni casi di fessurazione longitudinale della canna o addirittura di scoppio della stessa. L'inconveniente è…Aspettate…

- Ma che succede? È arrivato qualcosa…Cosa diavolo…?

- Aspettate, mi sa che abbiamo un 14-22.

- Sarebbe?

- Niente di preoccupante, solo due bastardelli palestinesi che si divertono a tirarci dei sassi…

- Si stanno avvicinando.

Tlang.

BANG BANG BANG BANG.

BANG BANG BANG BANG.

- Yitzhak, che cazzo…?

- Se la sono cercata. Quei piccoli figli di puttana.

- Presto, inquadra il sangue...lo stai inquadrando? Sono entrambi a terra…

- Sai, noi ebrei abbiamo sofferto molto, vedi: mio nonno è stato ad Auschwitz. Lui ha sofferto fame, sete e infinite torture. In quel lager ci ha lasciato le penne.

E non solo lui, capisci? Milioni di ebrei, cazzo. Tutti morti. Da eroi. Il mio popolo ha sempre sofferto, sempre. L’unico popolo ad aver sofferto così tanto…E io, io non permetterò mai, mai a nessuno…No, non ce la faccio, scusatemi…

- Yitzhak, non devi scusarti di nulla. Noi tutti ti ringraziamo per questa tua testimonianza così toccante, schietta e veritiera. Su, non fare così. Tieni. Tieni questo fazzoletto.

Cosa dire? Qui dalla Striscia di Gaza è tutto. Ripasso la linea a Voi in studio.

Psshhh…Tom, uno dei due mocciosi si muove ancora... Lo stai inquadrando?

BANG BANG BANG BANG.

 

Documento n# 2: Pubblicità

Riprese di una donna manager dal sorriso perfetto, tailleur gessato giacca e pantaloni. Capelli raccolti in una crocchia alta. Aperitivo con amiche.

Voce squillante femminile fuori campo. “Non lo direste mai, eppure la passera di questa donna, in questo esatto istante, sta perdendo fiumi di sangue.”

La donna manager tira fuori da sotto il tavolo una gabbietta metallica contenente una passera agonizzante, stantuffata nel proprio sangue, che pigola dal dolore.

Un ometto tisico e imbellettato, dal viso androgino, fissa la donna e la sua passera dal tavolo accanto. Il volto contratto in una paresi languida che vorrebbe essere la sua espressione più seducente.

Sorriso della donna. Che si alza in piedi di scatto, calciando via dal tavolo la gabbia con la povera passera sanguinante.

Scioglie i capelli, mentre in sottofondo parte una musica latino-americana ostentatamente ballabile.

Con un solo gesto si strappa di dosso il pesante tailleur, rimanendo in un due pezzi di paillette dorate.

Fa una spaccata, una ruota, un avvitamento, una sforbiciata, e a gambe divaricate atterra sul tavolo dove sta lui. Seduta comodamente, senza neppure un’ombra di fiatone, sul piatto ancora vuoto. Col sesso a pochi centimetri dalla sua faccia sbarbata, dalle sue sopracciglia curate e sottilissime da metrosessuale. Dal quel suo sguardo inebetito, incredulo, fisso sull’abbondante pacco della donna.

Ritorno della voce onnisciente fuori campo.

”Lui non si accorge di nulla…

Non per il sexy assorbente Ines Dea Space-Shuttle-Asciuga-Tanfo-Di-Morte che lei ha scelto di usare in quei giorni.

Lui non si accorge di nulla perché è un uomo. Ed eterosessuale, anche.

Ines Dea...è come non averlo..."

La passera inzuppata nel sangue, in preda ad un’irragionevole euforia da cocaina, si libra nell’aria. Piroettando in compagnia dell’assorbente. Fischiettando il tema principale del jingle di sottofondo.

“Da oggi disponibile anche con i glitter e in diciotto sensualissime tonalità di rosa.”

 

Eva non aveva più le mestruazioni da quasi un anno.

Aveva odiato a morte le pubblicità degli assorbenti e tutte le loro stupide trovate, proprio perché le ricordavano questa faccenda.

Ma era acqua passata.

Dal giorno in cui si era lasciata dietro l’Anima, Eva aveva iniziato ad osservare tutto da un’ottica diversa. Più distaccata. Quasi vivesse confinata in una sorta di opaca serenità, priva di rancori, di amori, di umanissimi sbalzi d’umore.

Nulla al mondo era più in grado di toccarla, di smuoverla, di ferirla.

L’unica cosa che avvertiva, di tanto in tanto, era solo una piccola mancanza, dentro. Come se avesse smarrito per sempre qualcosa. Qualcosa di importante, in cui forse non aveva mai creduto.

Aveva cominciato a tentare di colmare questa sua mancanza senza nome. Con il cibo. Quello stesso cibo che per anni e anni aveva buttato, nascosto, sepolto, evitato come l’ora di religione. Quello stesso cibo che ora trovava asilo, fin troppo facilmente, nel suo stomaco.

E sui suoi fianchi, sulle sue cosce, sul suo culo.

Non ci volle molto perché le mestruazioni tornassero, dopo la lunga assenza ingiustificata. Ed Eva assumesse - del tutto noncurante del proprio aspetto - le sembianze di una morbida pera.

Ma questo, tuttavia, sembrava non renderla meno appetibile agli occhi dei suoi spasimanti.

Un pomeriggio, sul finire di una solenne abbuffata, ricevette una videochiamata al cellulare proprio da uno di questi. 

Pare si chiamasse Guglielmo e pare che fosse pazzo di lei dai tempi antichissimi delle medie.

Pare che la stesse chiamando dal reality show "Il Grande Malato", un reality in cui veniva offerta la possibilità ad alcuni malati terminali di realizzare i propri sogni più segreti, prima della pacata dipartita in diretta, come da contratto.

Guglielmo era calvo, non per moda, ma a causa della chemio. Aveva un cancro al cervello e no, non ce l'avrebbe fatta. La stava chiamando in diretta mondiale, col suo videofonino, mentre milioni di persone osservavano e pendevano dalle sue labbra arse.

- Ciao, Eva…

Disse con voce tremante.

Lei non rispose. Non aveva nessuna memoria di quel bonzo con le occhiaie.

Guglielmo vacillò, deglutì. Qualcuno gli mise una mano sulla spalla ed egli riprese da dove aveva interrotto.

- Volevo solo dirti che...Che io...Io ti amo e ti ho sempre amata.

In quell'esatto istante, a seguito di una terribile guerra intestina innescata da un esercito di cozze ribelli, tutti gli abitanti dello stomaco di Eva vennero scaraventati di botto verso l’alto.

Quasi in un geyser islandese.

Rapidi movimenti antiperistaltici.

In pochi istanti, senza mostrare la benché minima compassione per le parole proferite dal povero Guglielmo, dalla bocca di Eva iniziarono a venir fuori cascate di un liquido beige eterogeneo, composto da una pappetta di pezzettoni amorfi, predigeriti, lucidi e gialli. C'erano anche dei puntini verdi, là in mezzo. Forse prezzemolo.

Quella improvvisa deflagrazione emetica paralizzò il povero Guglielmo che, senza capire cosa gli stesse succedendo, in tutta risposta cominciò anche lui - tra le lacrime della cocente delusione - a rimettere violentemente.

E con lui, di seguito, tutti i presenti nella casa del Grande Malato.

E con loro, tutti i parenti, i cameraman e le persone presenti nello studio.

E con lo studio, tutti i telespettatori.

E con tutti i telespettatori, tutti coloro che gli si trovavano vicino e li avevano visti o sentiti vomitare.

In un battito d’ali, la notizia si diffuse ovunque.

I giornalisti che scoprirono l’accaduto, ne mandarono erroneamente le immagini su tutti i telegiornali del mondo. E, ovviamente, su internet.

Fu la catastrofe.

Vomitavano nelle grandi città e nei piccoli paesi, al mare e in montagna.

Vomitavano nelle campagne, nelle chiese e per le strade.

Vomitavano poveri e ricchi, bianchi e neri, uomini, donne, transessuali, grandi, piccini, repubblicani, democratici, cavalieri di malta, normodotati e diversamente abili.

Vomitavano tutti.

Ognuno, prendendo coscienza dell’oscenità della propria vita.

Ognuno, realizzando tutto lo schifo che, volente o nolente, si era dovuto far piacere. In nome di un futuro migliore che non sarebbe mai arrivato.

Ognuno, sentendosi sbagliato, colpevole di essere nato con quell’animo così stramaledettamente sensibile.

Ognuno, senza riuscire ad arrestarsi.

Fino a rigurgitare il proprio sangue.

Fino a morirne.

 

Dopo soli tre giorni,  più della metà della popolazione umana era stata decimata.

Dopo una settimana non c’era più nessuno.

Solo lei. Solo Eva.

Vagava sola e senza meta, smarrita in un deserto di cibo predigerito, succhi gastrici e cadaveri disidratati.

Camminava scalza, strafottente, fra nubi di vespe e mosche giganti. Del tutto immune al virus visivo del vomito.

Immune, naturalmente, per via di quell’Anima che non aveva più.

Di quella stessa Anima che, se non avesse smarrito, non le avrebbe mai permesso di ingozzarsi come un brachiosauro. E di vomitare indecorosamente, in diretta. Causando la fine di un’umanità troppo, troppo impressionabile.

Ma in fondo la colpa di tutto era solo mia.

Mi avvicinai lentamente ad Eva, con la macchina. Le feci cenno di salire.

Sottovoce biascicai:

- Mi spiace di essere arrivato in ritardo.

Senza dire nulla, mi si sedette accanto.

Restammo in silenzio fino a casa sua.

Una volta arrivati, presi il piccone dal bagagliaio e andai nel giardino.

Lei mi seguì docilmente, senza fare nessuna domanda stupida.

Impugnai il piccone con entrambe le mani e lo scaraventai, con tutte le forze che avevo in corpo, a fondo, nella terra.

Un colpo, poi un altro, poi un altro ancora. Finché la beccai, la tubatura di scarico del suo bagno.

Si creò una falla e d’un tratto litri e litri di merda schizzarono tutt'attorno, come emessi da una fontana, da un pozzo petrolifero, dallo sfiatatoio di una balena.

Una pioggia di merda.

Sui nostri capelli, sulle nostre palpebre, sulle nostre guance.

Sui nostri volti silvani, sulle nostre mani ignude, sui nostri vestimenti leggeri.

Sui nostri sorrisi traboccanti di gioia.

Piccole gocce dense e scure, sui suoi candidi denti.

Prese a danzare.

A volteggiare, a girare su se stessa, mentre frammenti umidi continuavano a pioverci addosso.

Mentre un gruppo d’archi immaginario stava eseguendo una musica che potevamo udire soltanto io e lei.

Lei che, in un modo del tutto misterioso, aveva riottenuto la sua Anima.

E rideva.

Rideva e piangeva.

Mi strinse forte a sé.

Eravamo entrambi inzuppati e luridi, ma non importava.

Credo di non essere stato mai così felice in vita mia.

 

D’improvviso la luce materna del JHVH 3.0 ci inondò, dall’alto.

Una voce potente tuonò da essa.

- Coglione, ma che cazzo hai combinato?

- Beh, me l’avevi detto tu…ridarle la sua Anima, no?

- No, idiota, mi riferisco alla macchina. Guarda come l’hai conciata…

- Ah, beh. Ho avuto un piccolo incidente…Uno mi è venuto contromano, per questo sono arrivato qui in ritardo e…Mi spiace Capo, ripagherò i danni te lo prometto…Cosa, cosa vuoi fare adesso? Hai intenzione di licenziarmi, vero?

- No, minchione. Non voglio licenziarti. Hai preso quei due documenti che ti avevo chiesto?

- Sì, Capo, eccoli qui. Posso chiederti a cosa ti servono?

- Per farmi quattro risate con i miei colleghi, pirla. Ma adesso ascoltami bene: ho un altro lavoro per te. Hai presente quel pianeta qui vicino, credo di averlo chiamato “Terra Due in una crisi di creatività post-sega…O forse ero ubriaco? Beh, non fa nulla. Ti ci sto per portare, sfigato. Assieme a quella ragazzetta là.

Il tuo compito sarà di popolare questo pianeta insieme a lei.

Anche se siete della stessa razza, sono sicuro che darete alla luce una mandria di gran bastardi.

Ehm, Adam?

- Sì?

- Attento a quello che fai. Se anche stavolta deluderai sia me che l’Azienda, puoi scordartelo, quel posto di lavoro a tempo indeterminato in Paradiso…

 

 

 

giovedì, 13 settembre 2007

Iera tutto tranquilo in mia vita, fino che una sera, dopo che io finito lavorare, salo su seicentouno e incontra questa dona meravigliosa e negra come io mai vista cossì bella in Albània in tutta di mia vita. Dona che somiglia tutta quanta a modella famosa di televisione, Naomi, ma solo tette più grosse e cicatrice lunga su guancia cambia tutto suo somiglio di top-model.

Porca miseria, mette vicino tutta accanto a me, seduta, che ancora non riesco a credere. E io non faccio niente di niente, come stupido coglione dormento. Guardo e bevo tutto suo odore di femina che ha. Cossì ricordo sempre quando sto solo.

Arriva sua fermata e io scendo per seguire nascosto.

Dopo di poco cammino lei accorge di me e decide di fermare.

Poi gira e fa sorriso.

Io ho gambe tutte come di budino danette ma prendo molto coraggio e chiedo suo nome.

Lei dice Helène.

Ah, Helène, penso, mia bambina, io già ti amo.

Cossì andiamo al giardino su panchina e parliamo un poco e ci conosciamo. Tutto in inglese perché lei non parla bene in lingua italiano come di me.

Dice io sono simpatico e invita me a trovare sotto a casa sua dopo di mangiato, per stare un poco insieme e fumare qualche sigaretta.

Quando io vado di incontro tanti fiori in mano e lei bellissima in strada, per aspettare me. Vicino accanto lei ierano machine di stronzi che girano e girano molte volte e avvicinano di lei. Gridano brutte parole e io sento tutto. Ma lei prende pietra in mano per tirare.

Cossì metto vicino di Helène per difendere e chiedo se tutto ok. Ma lei vede me, fa shhhhh e butta via pietra e mi prende in mano. Porta me in casa sua e mette preservativo per fare amore meraviglioso per molto lungo di tutta quanta notte.

Iera cossì bello suo amore e suo culo che posso piangere come stupido bambino senza di miele per tutta mia vita.

Lei cossì bella di morire.

E io anche detto ti amo, ma lei non risposto e dormenta tutta stanca.

Quando io sveglio di quella mattina lei dice che non fa più amore con me perché lei deve lavorare. Dice io sto lontano di lei, non venire mai di lei. Perché faceva di puttana. Lei vergogna. Lavora cossì o tanti calci e pugni in pancia di magnaccio.

Se io vicino di lei, magnaccio picchia di ammazzare lei, anche.

Io perso tutta ragione.

Non capito prima, che lei puttana. Anche dona di Albània cossì bella fa di puttana in Italia. Dovevo capire prima, coglione. Ma io perso tutto di mio cuore per lei. Io innamorato, di vero.

Vengo di lei i giorni dopo ma non vuole parlare e non fa entrare in sua casa.

Io detto che amo ma lei dice di fottere di sentimenti.

Lei puttana. Niente cuore.

Cossì mi dico, Nandi, tu porti ora via lei di tutto questo schifo. Tu pigli Helène e porta con te in Albània e sposa lei e fai tantissimi di piccoli bambini e lei felice.

Cossì io chiama un amico mio che fa lavoro in ville per lavoro con lui. Lui ruba di notte, ma io non importa perché faccio per Helène. Io bisogno di soldi per mia familia.

Dopo di mesi io abbastante euri per portare via e sposa, cossì compro anello rubato di signora ricca e va da Helène di presto mattino, per sorpresa.

Lei in casa tutta caduta, su letto sporco.

Grida con due uomi di colore negro che prendono lei di culo e di fica.

Io impazzito.

Esco coltello di tasca e mette dentro in schiena di uomo nudo sopra di lei.

Poi altro negro sotto di Helène butta lei via e viene avanti per dare pugni ma io prendo pistola di giubbotto e ammazza lui con sparo in occhio.

Bam. 

Lei tutta di sangue e di paura ma io fotto.

Lei non più bella, ma di momento tutta grassa come vacca e senza denti. E anche sue gridi brutti come di vecchia povera.

Piglio anello e butto tutto per terra. Dico puttana, tu solo lurida puttana. Io cossì pazzo che voglio faccio di te una brava dona. Ma tu solo sporca puttana. Tu non sei mai brava dona.

E sputo in sua faccia di puttana.

Lei dice di calmo, ma io troppo arrabbio.

Cossì io metto punta fredda di pistola dentro di sua fica e dico ora ti piasce, puttana?

Helène prima paura poi sua paura finisce e subito ride come demonio.

Guarda in miei occhi e dice spara, spara coglione, tanto non fai di dolore, qui.

Io arrabbio di più e sparo e sparo e sparo, ma puttana non fa nulla e ride e ride. Io non capisco e sparo dentro ancora, ma lei continua di ridere. E di momento lei di nuovo bella come prima. No, tutta di più bella, anche di top-model Naomi.

Dice spara, tua pistola troppo piccola per fare male a dona. Tua piccola pistola fa solo ridere come pazza. Tu uomo inutile davanti dona cossì bella come di me. Io fatto amore solo perché tu pena, a me. Tu, Nandi, povero bastardo senza di niente.

E ride.

Fica di puttana comincia a muovere come bocca di serpente e succhia pistola di dentro con tutta di mia mano. Succhia tutto di mio braccio fino a spalla. E io non capisco e agito e piscio di paura.

Provo a sparo dentro sua fica e anche di tiro mio braccio fuori ma niente. Iera come tutto bloccato in cemento. E puttana dice tu non scappa, coglione. Tu non scappa perché tu ama me. Ride più forte e allarga tutta sua fica e succhia anche mia testa e piano piano tutto di mio corpo. Fino che succhia me tutto dentro di forza in sua fica piena di sborra.

Io grido e agito e graffio con unghia come di scappare, ma tutta sborra di fica viene come mare in mia bocca. Infinito come tutto di oceano in mia gola.

Ultima cosa io ricordo iera gridi di piascere di troia e tutto suo buio caldo di dentro.

Fino che aria tutta finisce.

E io tranquilo, per non soffro più, metto ultimo mio sparo di pistola dentro di mia testa.

Bam.

venerdì, 31 agosto 2007

 

Quell’ombra minuta e ormai glabra, rannicchiata nel perpetuo rantolio di una sedia a dondolo di ciliegio, era la signora Gioia.

Non la si vedeva spesso, in giro per il fabbricato. Stranamente, non la si incontrava neppure alle divertentissime riunioni condominiali. Di solito restava sigillata in casa, seduta sul quel suo trono altalenante posizionato dietro alla finestra della cucina.

Proprio lì, binocolo alla mano, trascorreva giorno e notte sbirciando la vita. La vita che si agitava per le strade, che fremeva dentro ai negozi, che si annidava fra le trafficate stanze degli edifici più vicini.

Quel genere di vita, insomma.

Nei mesi estivi, alle volte, girava voce che fosse schiattata e che il suo cadavere putrido, imbottito di vermi, oscillasse sul dondolo solo grazie alle spinte dissimulatrici dello scirocco. Voce presto smentita da chi, passando per caso davanti alla porta di casa sua, l’avesse udita tossire e dopo, con un risucchio da lavandino ingolfato, espettorare generosamente all’interno della bocca di un cannone settecentesco perfettamente conservato.

Soltanto raramente le capitava di allontanarsi da casa. Si aggirava nottetempo – le motivazioni sconosciute – lungo le scale del palazzo, con la testa eternamente armata di bigodini da assalto (dono sentito di un ormai defunto generale delle SS) ed in mano, tenuto a mo’ di scettro, un minaccioso spazzolone da cesso multiuso. Si acquattava tra i gradini, mimetizzandosi, restando in silenzio e spaventando a morte chiunque osasse rincasare tardi, un malaugurato sabato notte qualsiasi.

I testimoni raccontano che i pochi sopravvissuti all’esperienza, da quel momento in poi, si fossero ritrovati ad andare a messa ogni domenica. Pare che, addirittura, alcuni di questi avessero prematuramente messo su famiglia, e trovato facile rifugio nel decoupage.

Di lei, comunque, circolava ben poco materiale ufficiale. La sua età, per esempio, veniva collocata ad occhio e croce nell’intervallo temporale compreso tra i cinquecento e i seicento anni.

Ciò che si sapeva di lei - e con una certa arrogante sicurezza, anche - era che quasi un secolo prima le fosse morto il marito. Un bell’uomo, gentile, un notaio, uno coi soldi, insomma. Sempre ben vestito, elegante, con i capelli impomatati e la dentiera lustra più della sua adorata Centododici Abarth.

Di figli, tutti e due, non ne avevano mai avuto. Ogni volta che da giovane, con fare non troppo discreto, le fosse stato chiesto quando si sarebbe decisa a sfornare un marmocchio, lei, a chiunque, avrebbe sempre sparato dritto in faccia un Figli? Ci sono faccende più importanti, prima…e poi, sono ancora troppo giovane per averne

Di parenti e amici che la benvolessero, ovviamente, non ne aveva.

Sostenevano all’unanimità che il marito fosse impazzito, che avesse rinunciato a tutto. A tutto, per una donna troppo snob, troppo egocentrica, troppo vanitosa per renderlo felice e dunque padre. E non perdevano occasione per farglielo pesare.

Mai a nessuno venne in mente la possibilità che lei fosse semplicemente sterile.

E che avesse dei sentimenti, anche.

Poi il marito si gettò dal quinto piano e lei, in tutta risposta, si ibernò.

Così. Di colpo.

Da allora, la signora Gioia aveva trascorso quasi tutto il resto della propria esistenza lì, sul dondolo di ciliegio, col cordoncino del binocolo inserito nell’apposito solco formatosi sul suo collo, in anni e anni di spionaggio.

Come una vedetta in esilio sull’albero di una nave ormai abbandonata, sbirciava la vita che sghignazzava, che si dimenava, che faceva baccano, che delirava furiosamente per le strade, nei negozi, dentro le case.

Quel genere di vita che non aveva mai vissuto, insomma.

Spiava quell’umanità triste, contorta, disperata, segregata tra le cornici della sua esigua finestrella e, di tanto in tanto, sospirava. Sospirava, come una dodicenne infatuata, nella spasmodica attesa di sentirsi rassicurata alla vista del suo amante ritardatario. Che la portasse finalmente via con sé. Nelle tranquille profondità della morte.

Delusa ed indignata, poi, si voltava di lato, comprimeva le guance e, delicatamente e compostamente, scaracchiava.

Era il suo unico modo di piangere, quello.

giovedì, 23 agosto 2007

Strinsi le palpebre e lo sperma si riversò per la seconda volta sul ventre gracile e nudo di Romina. Ne voglio ancora disse e io la chiamai troia e mi mostrò una smorfia soddisfatta che le levai schiantandole una manata in piena faccia. I vetri della macchina erano appannati e dalla campagna qualcuno avrebbe potuto notarci e magari avvicinarsi di nascosto quindi massacrare me e violentare lei. Sono sicuro che a Romina piacerebbe sentire qualche villico scuoterle il corpicino ossuto mentre io resto a guardare e sfumacchiare. Cacciai la neve fuori dalla tasca e ne posai un poco sul dorso della mano. Lei pretese la sua razione ma risposi che ne aveva avuto già abbastanza. Pippai e ripresi a scoparla.

La storia comincia un bel giorno in cui avevo sette o otto anni e mia madre doveva andare dal parrucchiere e non ricordo stavo guardando la televisione mi pare Doraemon poi mia zia Adalgisa mi dice Giulio dobbiamo fare il bagno anzi la doccia perché bisogna essere puliti. Sempre ben puliti. Così mi porta in bagno e si spoglia davanti a me e mi domanda se provo vergogna e io non rispondo perché non so cosa dire e mi sembra tutto così strano e lei mi sveste completamente. Mi ripete che non bisogna vergognarsi o essere timidi perché è tutto naturale. Tutto naturale. Mi fa entrare nella doccia con lei e apre l’acqua calda poi mi prende la mano e la posa più in giù del suo ammasso di peli e senza vergogna mi dice ti piace eh? Muove la mia mano nello squarcio assieme alla sua e la sfrega la gira la muove si contorce e sussurra che a lei piace e deve piacere pure a me per forza perché sono un bel maschietto. Un bel maschietto fortunato perché pochi uomini hanno avuto la possibilità di toccarla. Ed è tutto naturale. Grida come una pazza e io voglio solo piangere e levare la mano da quella ferita rovinata e putrida ma lei mi soffoca in una morsa rovente e il mio braccio diventa rosso e paralizzato e la puttana inizia a toccarmi in modo strano il pisellino ripetendomi stai calmo. Stai calmo Giulio. Stai calmo e lei continua a gracidare mostruosamente e i suoi sfiati puzzano di aceto e sigaretta e si agita e io vorrei soltanto scappare.

Scappare. Mentre me lo ciuccia fortissimo quasi per strapparmelo via.

Scappare. Mentre mi costringe a infilarle le dita dentro.

Scappare.

Improvvisamente smette di urlare cose senza senso e mi molla la mano immobilizzata ed esco dalla doccia frignando e battendo i denti dal freddo. Mi accarezza e mi riveste e dopo mi fa vedere diecimila lire e mi dice che se le voglio non lo devo dire mai a nessuno e devo prometterlo. Io annuisco e ancora singhiozzo e le prometto che non lo dico a nessuno. A nessuno. Giuro. Mi asciuga gli occhi e dice bravo il mio ometto e te ne darò un’altra uguale la prossima volta così ti compri quello che vuoi.

A mia madre disse che il polso me l’ero slogato mentre giocavo in terrazza e non aveva capito in che modo.

Quando il dottore del pronto soccorso mi chiese come mi ero fatto male io dissi che non lo sapevo. Non ne sapevo niente io. Niente di niente. Ed era inutile continuare a chiedermelo perché non lo sapevo e basta e tutta quella era un’inutile tortura. Vaffanculo.

Mi misi a piangere e nessuno me lo chiese più.   

Poi la storia continua quando ho creduto che quella puttana di zia fosse crepata e seppellita per sempre e invece dopo qualche anno rispunta dal nulla un essere malriuscito un aborto frustrato dall’assenza di un cazzo che se fosse stato un uomo se solo lo fosse stato io avrei potuto far diventare la sua grassa e compiaciuta faccia di merda un miscuglio informe e irriconoscibile. Dio quanto l’avrei voluto. E questa cicciona spelacchiata e inguardabile è identica a mia zia stessa espressione beata e maligna e scopro che si fotte la mia ragazza che da me non aveva mai neppure voluto essere leccata. Lì. Scopro le due cagne mentre cercano istericamente un orgasmo fra le candele accese e mi pompano le vene in testa e ho uno scarabocchio amaranto fisso davanti agli occhi che mi impedisce la vista e uno stomachevole fetore di aceto mi invade i polmoni. Vorrei urlare ma come negli incubi non ho voce e poi senza capirne un cazzo perdo i sensi e cado a terra. Ma io tenevo a Laura. Tenevo a lei e a noi nonostante tutto. In clinica pensai sono stato un coglione a bermi la minchiata delle amiche e dovevo fare qualcosa per riaverla. Pensavo fosse solo una sua momentanea curiosità. Un’esperienza o qualunque altro cazzo di nome con cui l’avrebbe chiamata una volta tornata normale con me. Dimenticando tutto. Ma era inutile. Silenzio assoluto. Ero così esasperato dal suo silenzio che non so dove trovai la forza di parlare. Raccontai agli amici in comune che lei era una lesbica e l’ho fatto perché ero distrutto e non volevo perderla per nulla al mondo. Non per sputtanarla. Perché lei mi chiamasse e anche se furiosa parlasse ancora con me. Per avere uno spiraglio. Un’ultima possibilità. Lei non capì e non mi rivolse più una sola parola e disse in giro che mi ha mollato perché ero pazzo e stronzo e inopportunamente possessivo. Che ero imbottito di psicofarmaci perché da bambino sono stato violentato ed ero mezzo frocio e mi ero inventato tutto solo per cattiveria o perché avevo avuto chissà quale allucinazione.

Tutti hanno creduto alla sua versione e nessuno ha visto l’ingiusta e immotivata vergogna caduta dal cielo per soffocarmi. E la terapia per smettere di pensare non serviva a un cazzo.

Passano tre mesi di crisi infinite e sonni infiniti e tentati suicidi. Passano tre mesi come passano tre secoli e Romina che non sa nulla mi chiama pezzo di merda e mi chiede con voce di bimba di essere picchiata mentre slargo la sua fica di vecchia. E io lo faccio perché ora il dubbio che ogni donna voglia essere maltrattata e sentirsi umiliata è diventata una limpida certezza. Zia Adalgisa. Laura l’ho trattata sempre col rispetto e la dolcezza che non avevo mai riservato a nessun’altra rivelandole tutto di me e lei ha usato le mie stesse debolezze per uccidermi e mi ha lasciato per una vacca col complesso di castrazione che la comanda a bacchetta. Che le ha ripulito il cervello convincendola che gli uomini sono tutti merde tutti egoisti tutti idioti e l’ha plagiata solo per farne ciò che più desidera. E ora della gentilezza non me fotte più nulla. Romina è magra da fare spavento e dice di amarmi e desiderarmi mentre si conta i lividi che le lascio addosso. Vuole solo sentirsi un oggetto. Un oggetto che prova gioia nell’essere manipolato e violentato. Come lo vogliono tutte le donne. Con la piccola differenza che è lei a chiedermelo. Esplicitamente. Non cerca mai di farmi quegli assurdi giochetti mentali del cazzo. Non pretende mai che io comprenda i suoi silenzi e che sappia sempre di cosa ha bisogno. Non si slancia mai per offrirmi carezze o elemosinarne perché sa che non è quello che vuole o che potrà ottenere da me. Oltre tutto credo di detestarla e l’ultima cosa che voglio è la sua pietà. La pietà di chiunque. Io sono un uomo e ho accettato i soldi di mia zia senza dire mai niente a nessuno tutte le volte che non volevo andarci manco morto. Poi ho smesso di esserlo e Laura è diventata la marionetta leccafiga che è adesso. Però sono stato io a decidere di risparmiare quella cosa indignitosa che la tocca come a me non è stato mai consentito. Io. Per concedermi un lusso che non posso permettermi e non perché ho paura e così ne avrò sempre come dicono quel coglioni dei medici. E la colpa è tutta del mio cazzo perché se ne fossi nato sprovvisto le cose sarebbero andate in maniera diversa.

Assolutamente diversa.

L’interno della macchina è saturo di umidità e sudore ma io guardo altro.

Frugo nell’aria davanti ai miei occhi inseguendo il ronzio della risposta a tutte le domande senza senso e la rabbia implode in un rigurgito acido.

Romina suda e grida e mi incita e io vorrei soltanto scappare.

Scappare.

Da tutto.

Per sempre.  

                                           

                                 (Tratto dal mio romanzo intitolato "Zeronegativo")

lunedì, 20 agosto 2007

Era quasi giorno. Ma ancora non lo sapevano.

Per tutta la notte avevano continuato a sbucare dai luoghi più insulsi della memoria al solo scopo di venirsi a rintanare nelle ultime fessure di buio rimaste. Per rosicchiare chiassosamente gallette di sughero. Portare steli flaccidi, spogli, anneriti. Chiamarmi con nomi non miei. Sputacchiare piccole frasi confuse. E poter osservare la scena più da vicino.

Invadendo qualsiasi nostra intimità.

La vecchia sembrava non curarsi affatto di loro. Seduta sulla lapide del defunto marito, continuava a fissare con aria assente il ratto di quasi dieci chili che riposava sul suo grembo. Ne accarezzava stancamente il pelo brunastro, incatramato, rado in alcuni punti, accennando un sorrisetto isterico ogni qualvolta l’animale, compiaciuto da tante inaspettate attenzioni, emettesse brevi squittii di gratitudine.

Un gesto automatico della mano.

Mano che slacciò il primo, poi il secondo e infine il terzo bottone della camicetta. Mano scabra e macchiata che scavò all’interno della stoffa.

Mano che riportò alla luce una mammella avvizzita, squamosa, divorata da violente ramificazioni bluastre.

La stessa mano che, con troppa naturalezza, avvinghiò la testolina del ratto e la avvicinò al capezzolo del medesimo colore del tabacco da fiuto.

Mano che riprese ad accarezzare il dorso del grasso roditore, intento a succhiare e succhiare. Con morbosa, vorace lascivia.

La vecchia mostrò denti piccoli e scuri. Questo. È. Tuo fratello.

Guardò intorno a sé. Fiaccamente continuò. Questi. Sono tutti. Tuoi fratelli.

Tremai.

Dagli angoli della bocca della bestiolina cominciarono a scorrere pigri rivoletti bianchi.

Lo stridere di ingranaggi arrugginiti.

Umiliazione.

Qualcuno armeggiò con l’interruttore e improvvisamente si accese il giorno. Il giorno che li ingoiò tutti, morso dopo morso. Che li fece precipitare nel suo ventre morbido e parsimonioso di luce.

 

Il ratto appannava la teca di vetro in cui era stato sigillato ed esiliato.

Mi legai i piedi. Con i lacci delle scarpe. All’inferriata del letto.

Guardai la vecchia ormai addormentata. E la imitai.  

Finalmente.

domenica, 19 agosto 2007

Dunque. Procediamo, banalmente, con ordine. Mi chiamo Alessandro e ieri ho aperto questo mio primissimo blog, sotto consiglio di alcuni miei amici appassionati di scrittura e lettura, di sperimentazioni letterarie, di rutti alla luna piena e necrofagia.

Tengo a precisare, a scanso di equivoci da parte di una certa categoria di utenti di Splinder (categoria rappresentante l'anello di congiunzione tra il cinghiale e il lucido per scarpe) che ciò che ho postato ieri e che posterò in futuro,  è e sarà solo un' opera di fantasia. Racconti, per lo più. Niente che abbia un legame, in senso stretto e diretto, con persone o eventi del mondo reale, con trite e ritrite idiozie esistenzialiste, diari, pareri personali sull'emorroidi del presidente del consiglio (attuale e futuro) e stronzate mondane simili. Invito inoltre la Signoria Vostra, ad astenersi dall'assumere atteggiamenti sgradevoli di aizzamento alla faida, vacui e privi di fondamento e di riflettere attentamente, prima di vomitare sulla tastiera.

Leggete, se vi fa piacere.

In caso contrario, andate affanculo.

 

Con affetto,

                        Alessandro/ SichiamavaBurp 

 

 

sabato, 18 agosto 2007

 

E niente, in pratica in quel periodo stavo parecchio di merda perché quella gran mignotta della mia ex se l’era fatta con mio cugino, e mi sono scaricato un programma di chat, giusto per dire a tutte le donne online che non erano altro che misere puttanelle. Poi niente, tra una parolaccia e l’altra m’innamoro. Così, per caso, senza nulla di premeditato, sia chiaro. Lei era una donnina formosa e cocciuta di un paesino del cazzo della Calabria. Era anche bona, ovviamente. Questo lo dico perché mi ha dato una carrettata di foto e quindi ci avevo le prove. Anche il mio amico Simone Porcaro che è stato a casa mia e le ha viste, può testimoniare.

E niente, dopo qualche mese di pippe virtuali mi sono deciso ad incontrarla. Era estate e il luogo d’appuntamento era un campeggio senza stelle in una località di mare inquinato, sempre giù in Calabria. Ci siamo incontrati di sera e neanche un’ora dopo già lo facevamo nel mio Fiorino-camper che in realtà non era mio, ma della ditta per cui facevo finta di lavorare.

A quel punto, l’unica cosa ragionevole da fare era mettersi insieme.

Da allora, cominciai a scendere da lei a scopare assiduamente. Con cadenza mensile, per essere precisi. Stavo al massimo tre giorni e poi andavo via. Ogni volta che ripartivo era sempre un addio. Tornavo su, pieno di malinconia. Lei non veniva mai da me perché i suoi, essendo all’antica, scassavano. Ma le cose mi andavano bene così, in fin dei conti. La tradivo.

C’è da premettere però che in quel periodo lavoravo forte e avevo sempre i soldi in tasca. Poi, però, dopo quasi un anno, quel cornutaccio del capo mi ha licenziato perché a lavoro fotocopiavo dei libri che poi rivendevo agli studenti giusto per arrotondare un po’ e di botto mi sono ritrovato senza un soldo in tasca. Così, per due mesi, io e la tipa non ci siamo visti. Lei mi scriveva e-mail strappalacrime e mi diceva che le mancavo e non sapevo cosa fare. Se non facevo qualcosa questa mi cornificava sicuro.

Così, per caso, mentre facevo zapping, mi spunta ‘sto film, no? Questo film con un tizio che mi pare faceva il pittore, uno assai mangiato, coi capelli di carota, che di nome faceva quasi come un amico mio. E in pratica comincio a seguire la trama, a interessarmi al tutto, e poi mi viene ‘sta cazzo d’idea geniale. Un lampo nella testa, diciamo. Decido subito di fare come lui. Non proprio, in realtà. Una versione moderna di quello che ha fatto lui, insomma. Prendo un coltellaccio da carne e taglio via di scatto l’orecchio sinistro. Lo infilo in una bustina di cellofan che poi ho sigillato e ficcato in una scatoletta di cartone. Afferro il tutto e ancora sporco di sangue vado alle poste e glielo spedisco alla mia ragazza, aspettando con impazienza il momento in cui finalmente lo apre.

E niente, quando l’ha ricevuto lei mi disse che era felicissima. Una bellissima sorpresa. Adesso aveva un pezzo di me e poteva tenerlo e stringerlo a sé. Era come se fossi lì con lei, in qualche modo, diceva.

Poi, niente, siccome non avevo ancora trovato un altro lavoro e non mi andava di andarmelo a cercare e siccome ‘sta cosa che ho fatto le era piaciuta così tanto, decisi di mandarle qualcos’altro. Stavolta qualcosa di più impegnativo, però. Qualcosa che sputasse romanticismo da tutti i fori. Un orecchio era troppo poco, diciamoci la verità.

Dopo una lunga e sofferta cernita, decisi di mandarle tutto un dito, così che lei poteva farci anche le porcherie quand’era sola in casa, se voleva. Il pollice era troppo corto. Il mignolo troppo fino. L’indice serviva per indicare, per scavare nel naso e per usare il maus. Il medio per mandare affanculo la gente. Quindi, alla fine dei conti, non restava che l’anulare. Quello destro sarebbe andato più che bene. Tanto già lo sapevo che di matrimonio non se ne sarebbe mai parlato, in tutta la mia vita.

Inutile dire che lei, dopo che lo ricevette, rimase contentissima ed era sempre più innamorata di me, nonostante non ci vedevamo da già un bel po’ di mesi, circa.

A ‘sto punto, ‘sta storia di mandarle pezzi di me cominciò non so, tipo a prendermi un po’ troppo la mano forse e, come tutte le cose che fai per piacere agli altri, diventò praticamente un vizio vero e proprio.

Ogni settimana le spedivo pezzetti di carne ancora sanguinanti. Pezzetti inutili, ovviamente: quadratini di pelle, un occhio, le dita dei piedi, un testicolo intero, denti, peli, capelli, le labbra, un bel pezzo del naso, eccetera... Cazzatelle, insomma. Quello che bastava per tenerla in caldo.

Lei aveva iniziato ad assemblarli. Si aiutava con un manichino di seconda mano comprato in una butik cinese. In pratica lei levava i pezzi finti e li sostituiva con quelli veri, attaccandoceli sopra con una colla adatta. Era il suo “pazzol vivente”, diceva.

Dopo circa sei mesi che non ci vedevamo, neanche in cam (perché la mia si era rotta), avevo troppa paura che lei se la facesse con qualche suo amico marpione. Fu così che presi la decisione di mandarle una gamba. Tutta sana, però.

L’operazione fu piuttosto sofferta e difficile, ma necessaria.

Pesava più di 25 chili, quella maledetta.

Dovetti farmi prestare i soldi da un mio amico per arrivare a pagare la tariffa del pacco postale.

La settimana successiva fu la volta del braccio sinistro.

E niente, a pochi giorni dall’arrivo a destinazione del pacco ‘sta stronza mi chiama all’improvviso e mi fa, dice che non prova più nulla per me, che è finita, che così non può più andare avanti. Che i suoi sentimenti verso di me, proprio come quei pezzi di carne che le ho mandato, cominciano a marcire, a puzzare, a fare i vermi. Che posso farmi a brandelli quanto cazzo voglio, ma tanto non sarò mai realmente là, con lei. Neppure se le spedisco ogni stramaledetto centimetroquadrato morente del mio corpo.

Piangendo disperato, le dico che volevo tagliarmi anche l’altra gamba, per lei. Non era per niente un problema, per me. Ma lei dice che ormai era troppo tardi e sono un coglione che non capisce nulla e la fa soffrire e non devo mai più cercarla e riattacca per sempre.

In quel momento ho capito il mio errore. Avrei dovuto mandarle il cazzo. Il cazzo.

Dovevo pensarci prima. Se glielo mandavo, al posto del braccio, di sicuro non mi avrebbe mai scaricato. Mai.

Il cazzo.

Provo il tutto per tutto. La richiamo. La richiamo subito, per dirgli che glielo mando, il cazzo, se lo vuole. Se era quello il problema, poteva dirlo subito, anziché fare la stronza introversa e orgogliosa. Ma non c’ho avuto la possibilità di dirglielo. Mi risponde sua madre tutta incazzata che mi fa che lei non è in casa e che la devo lasciare in pace, alla sua povera figlia. E chiude prima che ho il tempo di mandarla affanculo, ‘sta troia.

Poi niente, mentre me ne sto chiuso nella mia stanza, tutto solo, a crogiolarmi nella depressione più nera, Giuseppe mi chiama al cellulare.

Mi dice che ha due sgallettate per le mani. Sono minorenni, primi anni di liceo, ma la danno via come il pane. E mi chiede di venire a dare una mano. Le due sono assatanate forte. E il materasso ad acqua del lettone dei suoi è a nostra completa disposizione. C’è da divertirsi, dice.

Io gli dico di no, che non c’ho voglia. Che sto di merda perché mi sono appena lasciato.

Ma lui insiste. Insiste, come fa sempre quando è fatto, e mi chiede anche di portare quel barbone che dormiva alla stazione, quello che ho fatto venire a stare da me. Quello che mi somigliava, ma proprio tanto, solo più invecchiato e messo male. Quello che mi sono divertito a tagliuzzare e sbrindellare tutto. Mi dice portalo, a Vincenzo, se è ancora vivo. O, se ti viene scomodo, almeno portacene un pezzo bello grosso e ancora caldo. Giusto per far impressione a ‘ste due troiette prima di chiavarcele.

E sticazzi, penso, io mo’ ci vado.

La fica è sempre fica.