Le sue ossa erano molto sottili, molto fragili, molto femminili, dopo tutto.
Eva ne era perfettamente al corrente e - due volte su cinque - le capitava di compiacersene, nuda e divertita davanti allo specchio della sua stanza.
Nelle restanti tre volte, invece, quella puerile constatazione anatomica quotidiana, diventava per lei solo un'ulteriore occasione per cimentarsi nell'arte dell’autocommiserazione e del pianto.
Quarantuno chili erano ancora tanti. Così tanti da farle provare quella vergogna e quel profondo senso di disagio che, nel mondo degli adulti, forse solo gli incontinenti conoscono davvero.
Nessuno l'avrebbe più accettata. Questo pensava.
A nessuno avrebbe più potuto dire con indifferenza "No. Io mangio di tutto. È metabolismo...".
E nessuno l'avrebbe più guardata con invidia, con rabbia o con intento predatorio.
Doveva rinunciare a qualcos’altro, diceva. Rinunciare alle gallette integrali, alle tisane, all’acqua, al sale, al sole, all’aria. Rinunciare a quella melensa voglia di vivere che le avrebbe regalato solo quintali di cellulite e infinite, obese solitudini.
Aveva letto per caso, in una rivista per giovani burine snob, che non avrebbero affatto funzionato, i lassativi. Che il peso che le avrebbero fatto perdere, sarebbe ritornato subito dopo. E per giunta con gli interessi.
Non passò molto tempo da quella lettura prima che Eva si ritrovasse ad aprire la scatola di Selg rubata allo stitico paparino, a discioglierne n° 6 bustine in mezzo litro d'acqua e ad ingurgitare il tutto, di nascosto, con disperata avidità.
Nei quattordici minuti seguenti, avvertì continue e violente scosse sismiche nella zona del piercing e raffiche gelide su tutte le vertebre. Poi, d'improvviso, uno sparo.
Pesante. Sugli slip.
Lungo il corridoio di casa sua, Eva superò la barriera del suono.
Dopo un salto di qualche metro, atterrò chirurgicamente con le natiche ossute sull'ovale del canestro di porcellana e, amplificata dal riverbero tipico di ogni toilet, reinterpretò a memoria i dialoghi più salienti dell’intera filmografia dei fratelli Vanzina.
In una parola: cacò.
Con tutti i muscoli contratti, con tutti i nervi allo scoperto, con tutti i sentimenti. Cacò.
E in tutto quel cacare acquoso e verdastro, dall'ano fece un timido capolino qualcosa di inaspettato, qualcosa che ovviamente no, non poteva essere semplice merda.
Ci fu una spinta di una decina di atmosfere e subito dopo un’altra ancora più forte. E quella cosa man mano venne fuori, per intera, senza che lei se ne accorgesse.
Leggera come una piuma, si staccò dall’orifizio e iniziò a planare lenta e silenziosa verso il basso. Giù, a mollo. Laddove solo i più coraggiosi hanno la forza di guardare.
L’Anima.
Laggiù in fondo, subito censurata da strati e strati di carta igienica con i cuoricini stampati.
Era proprio la sua, di Anima.
Eva balzò in piedi, si scostò un ciuffo di capelli dagli occhi e tirò lo sciacquone.
In modo freddo e meccanico, si mise a cavalcioni sul bidet.
Antefatto
Tutto ebbe inizio nel Novembre del lontano 1960.
In quel periodo John Fitzgerald Kennedy, dopo aver preso accordi con due lobby nascenti (quella nera e quella femminista) e una risorta dalle proprie ceneri (quella ebraica), vinse le elezioni e divenne Imperatore del Sistema Solare.
Per onorare il debito nei confronti delle tre lobby, principali artefici di quella vittoria, trovò sufficienti fondi per la creazione del CMS (Commitee for Mass Sensibilization), un comitato intergovernativo segreto - posto a capo di tutte le maggiori potenze mediatiche nazionali - con lo scopo di educare l’opinione pubblica su problemi di natura razziale.
Tale nobile scopo iniziale fu ben presto abbandonato e strumentalizzato dalle tre lobby, al fine di dare vita e consolidare dei veri e propri modelli di riferimento validi per l’intera l’umanità, in personaggi di colore, di religione ebraica e di sesso femminile.
Il tutto, puntando su una posizione di eterno vittimismo storico, di autocondanna ingiustificata allo status di “minoranza repressa”, di sciorinamento di naturali peculiarità positive del tutto inventate, di onnipresenza mediatica, e sull’uso abbondante - spesso decontestualizzato e gratuito - del termine “razzista”. Termine dall’accezione fortemente negativa (da notare l’assonanza con “nazista”), utilizzato dal comitato per screditare qualsiasi possibile avversario e per ritrovarsi, in ogni pubblico dibattimento, sempre dalla parte della ragione.
Ad ogni modo, lanciando il motto "It’s cool to be a minority", il CMS divenne prestissimo un'istituzione dalla forza politica, culturale, sociale ed economica devastante.
Talmente devastante che lo stesso JFK, rendendosi conto del potere che il comitato aveva ottenuto in pochi anni, avanzò l’ipotesi di sospenderlo temporaneamente o, addirittura, di eliminarlo per sempre.
Pochi giorni dopo aver partorito questa idea malsana, il cervello di Kennedy realizzò di essere stato terribilmente xenofobo e illiberale e, per la vergogna, decise di autodistruggersi esplodendo in una miriade di festosi coriandoli colorati.
Nell’esplosione, venne mortalmente coinvolto anche il fratello Bobby.
Senza curarsi troppo di tali eventi privi di valore storico, il CMS continuò la sua terribile avanzata, negli anni, marciando spedito in direzione della casa bianca.
Come prima mossa, la fece distruggere dagli alieni, in un film in cui un nero ed un ebreo salvano il mondo.
Come seconda mossa, pose in qualità di segretario di stato una babysitter di colore dai gusti fortemente conservatori.
Come terza mossa, ottenne la possibilità di far diventare Imperatore del Sistema Solare un proprio degno rappresentante.
Proprio in tal proposito, in seno al comitato nacque una difficile controversia. Ovviamente, dovuta al fatto che ognuna delle lobby costituenti il CMS, avesse tutti gli interessi nel presentare un proprio candidato.
Così, le tre lobby proposero tre diversi aspiranti.
Solo alla fine di lunghissimi e sudati patteggiamenti in piena campagna elettorale, la lobby nera e quella ebraica decisero di ritirare i propri candidati e lasciare il trono di comando all’unico candidato di sesso femminile.
Il prezzo da pagare per questo abbandono volontario fu il bombardamento mediatico di frasi di elogio dette da donne, solo ed esclusivamente all’indirizzo di uomini di colore ed ebrei. Per fare qualche esempio, frasi del tipo “I neri ce l’hanno grosso e lungo” e “La circoncisione è carina: ingentilisce il pene”.
Ben poca cosa, in fondo, rispetto al vero potere che la lobby femminista aveva ottenuto con l’elezione dell’Imperatrice. Ora possedeva tutta la forza necessaria per realizzare, finalmente, il suo piano secolare: trasformare tutti gli individui di sesso maschile in “amiche coccolose”.
Non ci volle molto, prima che il bombardamento sessista iniziasse e l’opinione pubblica maschile fosse costretta a subire, fino ad introiettarla e possederla come requisito necessario per la convivenza civile, quella spiccata e proverbiale sensibilità che caratterizza ogni donna. Quella naturale predisposizione a provare in modo accentuato - e a condividere - sentimenti, sensazioni ed emozioni. Quella stessa sensibilità che, per un incidente avvenuto qualche anno più tardi, portò l’umanità verso la sua indegna fine.
Documento n#1: Intervista
- Buongiorno a voi in studio. Oggi, per la rubrica "Guerriglia e Società" intervisteremo Yitzhak, un giovane militare israeliano impegnato a sorvegliare un posto di blocco al confine con la striscia di Gaza...Ciao, Yitzhak.
- Ciao a tutti...Presto, mettetevi qui dietro, là è pericoloso. Anche il cameraman, forza.
- Sì, hai perfettamente ragione…Eccoci. Finalmente. Yitzhak, parlaci un po’ di te, della tua vita, dei tuoi sogni…
- Beh, questo è il mio M4. È un fucile d’assalto, variante del comune M16 americano. Bello, no? Ha un selettore di fuoco che nella versione iniziale aveva le opzioni sicura-colpo/singolo-raffica 3 colpi, ma dalla versione M4A1 e SOPMOD il gruppo scatto è stato rimpiazzato con quello dell'M16A1. Viene caricato con cartucce M855 da 5,56 x 45. I suoi caricatori sono da 20 o 30 colpi. È stato riscontrato un surriscaldamento della canna se l'arma viene usata a lungo in modalità raffica, con alcuni casi di fessurazione longitudinale della canna o addirittura di scoppio della stessa. L'inconveniente è…Aspettate…
- Ma che succede? È arrivato qualcosa…Cosa diavolo…?
- Aspettate, mi sa che abbiamo un 14-22.
- Sarebbe?
- Niente di preoccupante, solo due bastardelli palestinesi che si divertono a tirarci dei sassi…
- Si stanno avvicinando.
Tlang.
BANG BANG BANG BANG.
BANG BANG BANG BANG.
- Yitzhak, che cazzo…?
- Se la sono cercata. Quei piccoli figli di puttana.
- Presto, inquadra il sangue...lo stai inquadrando? Sono entrambi a terra…
- Sai, noi ebrei abbiamo sofferto molto, vedi: mio nonno è stato ad Auschwitz. Lui ha sofferto fame, sete e infinite torture. In quel lager ci ha lasciato le penne.
E non solo lui, capisci? Milioni di ebrei, cazzo. Tutti morti. Da eroi. Il mio popolo ha sempre sofferto, sempre. L’unico popolo ad aver sofferto così tanto…E io, io non permetterò mai, mai a nessuno…No, non ce la faccio, scusatemi…
- Yitzhak, non devi scusarti di nulla. Noi tutti ti ringraziamo per questa tua testimonianza così toccante, schietta e veritiera. Su, non fare così. Tieni. Tieni questo fazzoletto.
Cosa dire? Qui dalla Striscia di Gaza è tutto. Ripasso la linea a Voi in studio.
Psshhh…Tom, uno dei due mocciosi si muove ancora... Lo stai inquadrando?
BANG BANG BANG BANG.
Documento n# 2: Pubblicità
Riprese di una donna manager dal sorriso perfetto, tailleur gessato giacca e pantaloni. Capelli raccolti in una crocchia alta. Aperitivo con amiche.
Voce squillante femminile fuori campo. “Non lo direste mai, eppure la passera di questa donna, in questo esatto istante, sta perdendo fiumi di sangue.”
La donna manager tira fuori da sotto il tavolo una gabbietta metallica contenente una passera agonizzante, stantuffata nel proprio sangue, che pigola dal dolore.
Un ometto tisico e imbellettato, dal viso androgino, fissa la donna e la sua passera dal tavolo accanto. Il volto contratto in una paresi languida che vorrebbe essere la sua espressione più seducente.
Sorriso della donna. Che si alza in piedi di scatto, calciando via dal tavolo la gabbia con la povera passera sanguinante.
Scioglie i capelli, mentre in sottofondo parte una musica latino-americana ostentatamente ballabile.
Con un solo gesto si strappa di dosso il pesante tailleur, rimanendo in un due pezzi di paillette dorate.
Fa una spaccata, una ruota, un avvitamento, una sforbiciata, e a gambe divaricate atterra sul tavolo dove sta lui. Seduta comodamente, senza neppure un’ombra di fiatone, sul piatto ancora vuoto. Col sesso a pochi centimetri dalla sua faccia sbarbata, dalle sue sopracciglia curate e sottilissime da metrosessuale. Dal quel suo sguardo inebetito, incredulo, fisso sull’abbondante pacco della donna.
Ritorno della voce onnisciente fuori campo.
”Lui non si accorge di nulla…
Non per il sexy assorbente Ines Dea Space-Shuttle-Asciuga-Tanfo-Di-Morte che lei ha scelto di usare in quei giorni.
Lui non si accorge di nulla perché è un uomo. Ed eterosessuale, anche.
Ines Dea...è come non averlo..."
La passera inzuppata nel sangue, in preda ad un’irragionevole euforia da cocaina, si libra nell’aria. Piroettando in compagnia dell’assorbente. Fischiettando il tema principale del jingle di sottofondo.
“Da oggi disponibile anche con i glitter e in diciotto sensualissime tonalità di rosa.”
Eva non aveva più le mestruazioni da quasi un anno.
Aveva odiato a morte le pubblicità degli assorbenti e tutte le loro stupide trovate, proprio perché le ricordavano questa faccenda.
Ma era acqua passata.
Dal giorno in cui si era lasciata dietro l’Anima, Eva aveva iniziato ad osservare tutto da un’ottica diversa. Più distaccata. Quasi vivesse confinata in una sorta di opaca serenità, priva di rancori, di amori, di umanissimi sbalzi d’umore.
Nulla al mondo era più in grado di toccarla, di smuoverla, di ferirla.
L’unica cosa che avvertiva, di tanto in tanto, era solo una piccola mancanza, dentro. Come se avesse smarrito per sempre qualcosa. Qualcosa di importante, in cui forse non aveva mai creduto.
Aveva cominciato a tentare di colmare questa sua mancanza senza nome. Con il cibo. Quello stesso cibo che per anni e anni aveva buttato, nascosto, sepolto, evitato come l’ora di religione. Quello stesso cibo che ora trovava asilo, fin troppo facilmente, nel suo stomaco.
E sui suoi fianchi, sulle sue cosce, sul suo culo.
Non ci volle molto perché le mestruazioni tornassero, dopo la lunga assenza ingiustificata. Ed Eva assumesse - del tutto noncurante del proprio aspetto - le sembianze di una morbida pera.
Ma questo, tuttavia, sembrava non renderla meno appetibile agli occhi dei suoi spasimanti.
Un pomeriggio, sul finire di una solenne abbuffata, ricevette una videochiamata al cellulare proprio da uno di questi.
Pare si chiamasse Guglielmo e pare che fosse pazzo di lei dai tempi antichissimi delle medie.
Pare che la stesse chiamando dal reality show "Il Grande Malato", un reality in cui veniva offerta la possibilità ad alcuni malati terminali di realizzare i propri sogni più segreti, prima della pacata dipartita in diretta, come da contratto.
Guglielmo era calvo, non per moda, ma a causa della chemio. Aveva un cancro al cervello e no, non ce l'avrebbe fatta. La stava chiamando in diretta mondiale, col suo videofonino, mentre milioni di persone osservavano e pendevano dalle sue labbra arse.
- Ciao, Eva…
Disse con voce tremante.
Lei non rispose. Non aveva nessuna memoria di quel bonzo con le occhiaie.
Guglielmo vacillò, deglutì. Qualcuno gli mise una mano sulla spalla ed egli riprese da dove aveva interrotto.
- Volevo solo dirti che...Che io...Io ti amo e ti ho sempre amata.
In quell'esatto istante, a seguito di una terribile guerra intestina innescata da un esercito di cozze ribelli, tutti gli abitanti dello stomaco di Eva vennero scaraventati di botto verso l’alto.
Quasi in un geyser islandese.
Rapidi movimenti antiperistaltici.
In pochi istanti, senza mostrare la benché minima compassione per le parole proferite dal povero Guglielmo, dalla bocca di Eva iniziarono a venir fuori cascate di un liquido beige eterogeneo, composto da una pappetta di pezzettoni amorfi, predigeriti, lucidi e gialli. C'erano anche dei puntini verdi, là in mezzo. Forse prezzemolo.
Quella improvvisa deflagrazione emetica paralizzò il povero Guglielmo che, senza capire cosa gli stesse succedendo, in tutta risposta cominciò anche lui - tra le lacrime della cocente delusione - a rimettere violentemente.
E con lui, di seguito, tutti i presenti nella casa del Grande Malato.
E con loro, tutti i parenti, i cameraman e le persone presenti nello studio.
E con lo studio, tutti i telespettatori.
E con tutti i telespettatori, tutti coloro che gli si trovavano vicino e li avevano visti o sentiti vomitare.
In un battito d’ali, la notizia si diffuse ovunque.
I giornalisti che scoprirono l’accaduto, ne mandarono erroneamente le immagini su tutti i telegiornali del mondo. E, ovviamente, su internet.
Fu la catastrofe.
Vomitavano nelle grandi città e nei piccoli paesi, al mare e in montagna.
Vomitavano nelle campagne, nelle chiese e per le strade.
Vomitavano poveri e ricchi, bianchi e neri, uomini, donne, transessuali, grandi, piccini, repubblicani, democratici, cavalieri di malta, normodotati e diversamente abili.
Vomitavano tutti.
Ognuno, prendendo coscienza dell’oscenità della propria vita.
Ognuno, realizzando tutto lo schifo che, volente o nolente, si era dovuto far piacere. In nome di un futuro migliore che non sarebbe mai arrivato.
Ognuno, sentendosi sbagliato, colpevole di essere nato con quell’animo così stramaledettamente sensibile.
Ognuno, senza riuscire ad arrestarsi.
Fino a rigurgitare il proprio sangue.
Fino a morirne.
Dopo soli tre giorni, più della metà della popolazione umana era stata decimata.
Dopo una settimana non c’era più nessuno.
Solo lei. Solo Eva.
Vagava sola e senza meta, smarrita in un deserto di cibo predigerito, succhi gastrici e cadaveri disidratati.
Camminava scalza, strafottente, fra nubi di vespe e mosche giganti. Del tutto immune al virus visivo del vomito.
Immune, naturalmente, per via di quell’Anima che non aveva più.
Di quella stessa Anima che, se non avesse smarrito, non le avrebbe mai permesso di ingozzarsi come un brachiosauro. E di vomitare indecorosamente, in diretta. Causando la fine di un’umanità troppo, troppo impressionabile.
Ma in fondo la colpa di tutto era solo mia.
Mi avvicinai lentamente ad Eva, con la macchina. Le feci cenno di salire.
Sottovoce biascicai:
- Mi spiace di essere arrivato in ritardo.
Senza dire nulla, mi si sedette accanto.
Restammo in silenzio fino a casa sua.
Una volta arrivati, presi il piccone dal bagagliaio e andai nel giardino.
Lei mi seguì docilmente, senza fare nessuna domanda stupida.
Impugnai il piccone con entrambe le mani e lo scaraventai, con tutte le forze che avevo in corpo, a fondo, nella terra.
Un colpo, poi un altro, poi un altro ancora. Finché la beccai, la tubatura di scarico del suo bagno.
Si creò una falla e d’un tratto litri e litri di merda schizzarono tutt'attorno, come emessi da una fontana, da un pozzo petrolifero, dallo sfiatatoio di una balena.
Una pioggia di merda.
Sui nostri capelli, sulle nostre palpebre, sulle nostre guance.
Sui nostri volti silvani, sulle nostre mani ignude, sui nostri vestimenti leggeri.
Sui nostri sorrisi traboccanti di gioia.
Piccole gocce dense e scure, sui suoi candidi denti.
Prese a danzare.
A volteggiare, a girare su se stessa, mentre frammenti umidi continuavano a pioverci addosso.
Mentre un gruppo d’archi immaginario stava eseguendo una musica che potevamo udire soltanto io e lei.
Lei che, in un modo del tutto misterioso, aveva riottenuto la sua Anima.
E rideva.
Rideva e piangeva.
Mi strinse forte a sé.
Eravamo entrambi inzuppati e luridi, ma non importava.
Credo di non essere stato mai così felice in vita mia.
D’improvviso la luce materna del JHVH 3.0 ci inondò, dall’alto.
Una voce potente tuonò da essa.
- Coglione, ma che cazzo hai combinato?
- Beh, me l’avevi detto tu…ridarle la sua Anima, no?
- No, idiota, mi riferisco alla macchina. Guarda come l’hai conciata…
- Ah, beh. Ho avuto un piccolo incidente…Uno mi è venuto contromano, per questo sono arrivato qui in ritardo e…Mi spiace Capo, ripagherò i danni te lo prometto…Cosa, cosa vuoi fare adesso? Hai intenzione di licenziarmi, vero?
- No, minchione. Non voglio licenziarti. Hai preso quei due documenti che ti avevo chiesto?
- Sì, Capo, eccoli qui. Posso chiederti a cosa ti servono?
- Per farmi quattro risate con i miei colleghi, pirla. Ma adesso ascoltami bene: ho un altro lavoro per te. Hai presente quel pianeta qui vicino, credo di averlo chiamato “Terra Due
Il tuo compito sarà di popolare questo pianeta insieme a lei.
Anche se siete della stessa razza, sono sicuro che darete alla luce una mandria di gran bastardi.
Ehm, Adam?
- Sì?
- Attento a quello che fai. Se anche stavolta deluderai sia me che l’Azienda, puoi scordartelo, quel posto di lavoro a tempo indeterminato in Paradiso…
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